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SERVIZI A MEDIA PROTEZIONE

Le persone ospiti degli appartamenti a media protezione (copertura di 10 ore al giorno) provengono da lunghe storie di malattia mentale e sono spesso portatrici di vissuti “istituzionalizzanti” e di isolamento che hanno frequentemente condotto alla perdita di competenze sociali e relazionali e talvolta anche delle autonomie personali.

Questi vissuti possono essere accompagnati da una percezione di inadeguatezza, dall’incapacità, la paura di vivere e la necessità imprescindibile di totale protezione, ma il nostro agire riabilitativo ci porta a considerare la persona come soggetto presente e partecipe alla propria cura, visto nella sua interezza e portatore di interessi, di emozioni, di talenti, di speranza e di paure, quindi in un’ottica di attenzione alla vita e alla sua qualità, prima ancora che alla patologia inabilitante.

Pertanto, la riabilitazione psichiatrica non può essere riduttivamente intesa come aiuto per compensare l’inabilità, ma come metodo di trattamento che ha come scopo fondamentale l’attivazione di processi di cambiamento.

Questo è l’atteggiamento mentale su cui si fonda la nostra organizzazione e che si estrinseca in comportamenti che rappresentano i nostri “valori di lavoro”:

·        Reciprocità: il rapporto tra operatori e utenti non è gerarchico, ma di mutuo scambio, ogni relazione importante richiede infatti lo sviluppo di una reciprocità costituita prevalentemente sulla conoscenza dei modi di pensare e di sentire di entrambi gli interlocutori. Questo permette all’ospite sia di esprimere i suoi sentimenti e le sue idee, sia di fidarsi delle indicazioni e dei suggerimenti ricevuti;

·        Recovery: l’operatore facilita il recupero di un nuovo senso di identità, della stima, del valore e del rispetto di sé stessi, nonché di un significato positivo della propria vita al di là della completa guarigione dalla patologia;

·        Definizione congiunta degli obiettivi: Il nostro lavoro non può prescindere da un’attenta analisi e valutazione di quali traguardi riabilitativi residenziali ogni ospite possa e voglia ottenere. La domanda che ci (e gli) dobbiamo porre deve essere “di cosa ha bisogno”, poiché questo gli permetterà, nel corso del tempo, di riappropriarsi dei suoi bisogni, contrapponendo alle interazioni sociali invalidanti la partecipazione diretta ad ogni attività e decisione. Con le parole di Giorgio Gaber: “la libertà è partecipazione” .

·        Empowerment: la valorizzazione del sé: inteso come incremento del valore personale, della possibilità di “sentirsi in grado di…”, riacquistando responsabilità verso sé stesso e gli altri e fronteggiando la bassa autostima dovuta allo stigma esterno, ma soprattutto interno. Noi dobbiamo supportare e motivare il paziente in un percorso che vedrà cadute e difficoltà, periodi migliori alternarsi a chiusure, ma in cui l’ospite avrà modo di sperimentarsi allontanandosi così da una desocializzante, seppur stabile, cronicità. Sarà quindi compito dell’operatore supportare e motivare, insegnare, stimolare e insistere, cercando di sostenere anche con l’aiuto di tutta la rete di lavoro, i momenti in cui la speranza di una nuova storia si scontra con la rabbia e il senso di colpa degli anni in cui la vita non era vissuta, ma sopportata.

·        Recupero della storia di vita: l’intervento all’interno di un appartamento a media protezione si allontana da un modello medico-assistenziale per concentrarsi sul ristabilimento delle connessioni con il sé, con gli altri e con l’ambiente di vita, abbandonando la “diagnosi” come elemento informativo prevalente sul paziente. Scegliamo quindi di lavorare con la storia di vita dell’ospite, perché i comportamenti non sono frutto solo della malattia, ma soprattutto del percorso esistenziale di quella persona, dell’ambiente in cui ha vissuto, delle esperienze che lo hanno portato all’oggi.  Diventa perciò prezioso e arricchente accettare e ricercare ogni contributo che porti al recupero di una storia di vita tropo spesso sfilacciata e nascosta: la conoscenza di un medico amico, il racconto di un famigliare, la capacità dell’operatore di perdersi in chiacchiere con l’utente, sapendo che ogni frase, ogni ricordo gli permette di riappropriarsi di una parte della propria storia.

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